Indagine giudiziaria

Tre arresti per una frode sui permessi d’ingresso in Italia

Contratti fittizi e aziende agricole avrebbero sostenuto richieste di visto rivolte a lavoratori stranieri.

Tre arresti per una frode sui permessi d’ingresso in Italia

Una rete basata su contratti di lavoro fittizi, imprese agricole prive di effettiva operatività e documentazione falsa avrebbe favorito l’ingresso irregolare di cittadini stranieri in Italia. I carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Mantova, insieme ai militari del nucleo ispettorato del lavoro, hanno eseguito un’ordinanza del gip nei confronti di tre persone, accusate di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina pluriaggravato a fini di lucro.

Agli arresti domiciliari sono finiti un imprenditore agricolo di 64 anni, un consulente del lavoro di 51 anni e un mediatore linguistico e culturale di nazionalità indiana, di 43 anni. Altre due persone risultano indagate a piede libero: un secondo consulente del lavoro di 82 anni, residente a San Giorgio Bigarello, e un intermediario indiano di 38 anni, residente a Mantova.

Il meccanismo legato al decreto flussi

L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Mantova, ha preso in esame un periodo compreso tra marzo 2023 e febbraio 2025. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il gruppo avrebbe sfruttato il decreto flussi, il sistema attraverso il quale vengono stabilite le quote annuali per l’ingresso in Italia dei lavoratori stranieri.

Il mediatore indiano avrebbe promosso nei Paesi d’origine una campagna per raccogliere le adesioni di persone disposte a pagare somme comprese tra 5.000 e 15.000 euro per ciascuna pratica, con l’obiettivo di ottenere un visto. L’organizzazione avrebbe quindi utilizzato un’azienda agricola mantovana costituita appena due mesi prima del click day, risultata, secondo gli accertamenti, priva di una reale capacità economica e operativa.

Per superare le verifiche degli sportelli unici per l’immigrazione di diverse prefetture, tra cui quelle di Mantova, Trento, Bari e Cosenza, sarebbero state presentate asseverazioni false, firmate da professionisti abilitati, per attestare una capacità economica inesistente. La documentazione avrebbe dovuto dimostrare la sostenibilità delle assunzioni e dei relativi obblighi previdenziali e assicurativi.

Le domande presentate e i controlli

Agli atti dell’inchiesta figurano anche false attestazioni sull’idoneità degli alloggi destinati ai lavoratori. In alcuni casi sarebbero state indicate strutture alberghiere del territorio nelle quali i successivi controlli non avrebbero trovato alcuna presenza. Sarebbero stati inoltre allegati documenti relativi a fondi agricoli inesistenti, indicati come luoghi di impiego dei cittadini stranieri.

Nel complesso, l’organizzazione avrebbe inoltrato 84 istanze per 81 lavoratori provenienti soprattutto da Marocco, Pakistan, India e Bangladesh. Dopo l’arrivo in Italia, le assunzioni non sarebbero state formalizzate: i datori di lavoro diventavano irreperibili o indisponibili e i migranti venivano lasciati senza un’occupazione regolare, in una condizione di clandestinità.

Per eludere i controlli, l’imprenditore avrebbe spostato più volte la sede operativa dell’azienda agricola, tra Trento, Mantova, Bari e Cosenza. Nel corso dell’operazione sono state eseguite numerose perquisizioni e sequestrata una consistente quantità di materiale informatico e cartaceo, ora esaminato dagli inquirenti.

Gli accertamenti sono stati condotti anche con la collaborazione della prefettura di Mantova, nell’ambito dei controlli sul settore agricolo svolti negli anni 2024, 2025 e 2026. Le verifiche, promosse dal prefetto Roberto Bolognesi, hanno avuto l’obiettivo di contrastare sfruttamento e illegalità nelle campagne. Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari: la responsabilità degli indagati dovrà essere accertata in sede processuale.