Nel Tempio di San Sebastiano di Mantova, la musica ha preso il posto della luce. Durante il Festivaletteratura, l’11 settembre scorso, il Quartetto d’archi dell’Ensemble Sentieri Selvaggi ha eseguito il Quartetto d’archi n. 3, In iij. Noct di Georg Friedrich Haas, trasformando l’architettura di Leon Battista Alberti in uno spazio d’ascolto immersivo.
I quattro musicisti erano disposti ai quattro angoli dell’edificio, mentre il pubblico occupava la parte centrale. Con le luci spente, la geometria rigorosa del tempio non era più affidata allo sguardo, ma veniva ricostruita attraverso il suono e la percezione fisica dello spazio. L’architettura rinascimentale restava presente, ma sembrava attraversata da una tensione nuova, più instabile e inquieta.
Il suono come spazio
La composizione di Haas, fondata su minime deviazioni d’intonazione e frizioni microtonali, procedeva senza consegnarsi a una stabilità definitiva. Le traiettorie sonore si avvicinavano e si allontanavano, formando figure invisibili e precise. I quattro interpreti diventavano punti cardinali di una materia acustica che circolava nella navata, si addensava e sembrava sospendere il tempo.
Il pubblico, immerso nel buio per quasi un’ora, non assisteva alla musica da una posizione esterna. Era coinvolto in un’esperienza fisica dell’incertezza, tra stridii, lamenti soffocati e silenzi carichi di tensione. Il corpo, privato della vista, era chiamato a ritrovare un equilibrio nello spazio, come se dovesse orientarsi in un ambiente privo di coordinate sicure.
Alberti, Haas e la frattura della forma
Nel corso dell’esecuzione emergeva anche un frammento di madrigale di Gesualdo da Venosa, presenza breve ma incisiva. Il compositore rinascimentale e Haas si incontravano nella frattura della forma, nella consonanza che non appare più innocente e nell’affetto che si offre per poi sottrarsi. Il richiamo a Gesualdo introduceva così un ulteriore livello di drammaticità nell’ascolto.
Il confronto con Alberti si definiva proprio in questa tensione. Se l’architetto aveva costruito la perfezione della proporzione, Haas ne faceva percepire il tremore interno: non un ordine alternativo, ma l’ombra e il limite dell’ordine. La pianta centrale del tempio e il rapporto tra misura e spazio diventavano il contrappunto visivo di una musica sospesa, continuamente sul punto di compiersi e continuamente trattenuta.
Quando, dopo quasi un’ora, la luce è tornata, l’architettura era ancora intatta. Eppure l’esperienza d’ascolto aveva modificato il modo di percepirla. Il tempio di San Sebastiano appariva nuovamente visibile, ma portava con sé la traccia di quel viaggio nel buio, dove la proporzione si era trasformata in vertigine e la forma in dramma.