Un 38enne originario del Bangladesh, residente a Castel Goffredo e impiegato come operaio tessile, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di avere avvicinato giovani e giovanissimi alla Jihad. L’uomo comparirà il 3 dicembre davanti alla Corte d’assise di Mantova. È accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale e propaganda jihadista, contestazioni che ha respinto dichiarandosi innocente.
L’ipotesi accusatoria
Secondo la procura distrettuale di Brescia, l’imputato avrebbe sfruttato il proprio ruolo di guida religiosa nella comunità Tabligh mantovana per avvicinare alcuni ragazzi all’ideologia estremista. L’attività, secondo l’accusa, sarebbe passata dalla diffusione di libri, video e altri materiali riconducibili ad Al Qaeda e allo Stato islamico.
Gli incontri e i rapporti con i giovani, sempre secondo la ricostruzione della procura, non si sarebbero limitati a consigli di carattere religioso. Il 38enne avrebbe instaurato relazioni riservate e utilizzato messaggi e scambi di materiale per indirizzare i ragazzi verso contenuti legati all’estremismo violento. L’ipotesi investigativa è che alcuni giovani, considerati particolarmente influenzabili o già interessati al messaggio jihadista, siano stati esposti a dogmi e precetti in grado di spingerli verso azioni violente.
Il nome dell’operaio era già emerso nell’ambito di un’inchiesta condotta a Genova, conclusa con la condanna definitiva di Faysal Rahman per la partecipazione al gruppo terroristico Tehrik e Taliban Pakistan. Per la pm Claudia Passalacqua, sarebbe stato proprio il 38enne di Castel Goffredo a indirizzare Rahman verso testi riconducibili all’estremismo, attraverso comunicazioni e materiale condiviso. Per gli investigatori, tuttavia, la sua attività non si sarebbe esaurita in quel rapporto.
Le indagini e la difesa
L’indagine è stata condotta dalle Digos di Brescia, Mantova, Genova e Venezia, sotto la direzione dell’Ucigos. Gli accertamenti avrebbero consentito di ricostruire la rete di rapporti del 38enne e il ruolo da lui ricoperto all’interno della comunità Tabligh mantovana. Nell’ordinanza cautelare, la gup Angela Corvi aveva descritto l’imputato come una figura carismatica accusata di avvicinare sistematicamente giovani e giovanissimi per trasmettere loro regole e precetti collegati alla Jihad.
L’uomo vive in Italia da diciotto anni, è sposato ed è padre di tre bambine. Nel corso della vicenda ha negato di essere radicale e di avere svolto attività di reclutamento. La fondatezza delle accuse e la ricostruzione dei rapporti con i giovani saranno ora valutate nel processo davanti alla Corte d’assise di Mantova, fissato per il 3 dicembre.