Avvio accademico

Il Politecnico di Milano riparte a Mantova con 98 matricole

Barclay e Crousse esortano le nuove leve: osservazione, pazienza e metodo guidano il lavoro progettuale.

Il Politecnico di Milano riparte a Mantova con 98 matricole

Il nuovo semestre del Campus di Mantova del Politecnico di Milano si è aperto con una giornata di accoglienza dedicata alle nuove matricole del corso di Progettazione dell’Architettura. Al centro dell’incontro c’è stata la Lesson Zero – Elogio della lentezza, affidata agli architetti peruviani Sandra Barclay e Jean Pierre Crousse, ex studenti dell’ateneo. La lezione è stata proposta a Mantova in anteprima rispetto al Campus Leonardo di Milano e trasmessa contemporaneamente nelle aule della sede mantovana.

I numeri dell’avvio confermano la forte richiesta per i corsi ospitati in città. Per la laurea triennale sono stati accolti 98 nuovi studenti, pari al numero massimo di posti disponibili, a fronte di 270 prime richieste di accesso. Alla laurea magistrale internazionale in Architectural Design and History si aggiungono circa 85-90 matricole, con le procedure ancora in corso soprattutto per gli iscritti stranieri. Gli ingressi complessivi dovrebbero quindi aggirarsi intorno alle 180 unità; nella magistrale, circa il 60 per cento degli studenti arriva dall’estero.

Il valore del tempo nel progetto

La mattinata è stata aperta dai saluti del prorettore Davide Del Curto, del professor Carlo Peraboni, dell’assessore Francesca Zaltieri e dei rappresentanti degli studenti. I professori Massimo Ferrari e Claudia Tinazzi hanno quindi introdotto i due ospiti, che hanno proposto una riflessione sul modo in cui nasce un’opera architettonica. Secondo Barclay e Crousse, il processo creativo non coincide con un’intuizione improvvisa, ma con una sequenza di operazioni costruite nel tempo attraverso studio, osservazione e capacità di porre le domande corrette.

Nel loro intervento, gli architetti hanno contrapposto alla velocità, all’immediatezza e alla sovrabbondanza di informazioni la lentezza, indicata come condizione necessaria per comprendere la realtà. Il metodo è stato accostato al riso verde raccontato da Bruno Munari: gli elementi di partenza non bastano, perché è necessario capire come combinarli e quale strategia adottare. Alla base del lavoro progettuale, hanno spiegato, c’è una cultura dell’osservazione capace di leggere criticamente il contesto e di guardare il mondo con occhi nuovi.

Il percorso è stato illustrato attraverso alcuni progetti dello studio, dalle abitazioni sulla costa peruviana al Museo di Paracas, fino all’edificio universitario realizzato a Piura e a Port Bourgenay. In questi interventi, clima, geografia, memoria e tempo diventano componenti del progetto e del rapporto tra architettura e territorio. La riflessione si è collegata alle parole di Del Curto sul compito dell’architetto contemporaneo, chiamato a operare in un mondo già ampiamente costruito e a decidere cosa conservare, cosa sostituire e cosa aggiornare.